Hip Hop Basketball – Part III


Il basket è bello perché è un gioco globale. La NBA è il livello più alto, apice di una piramide che comincia al liceo e passa per il college. Sapete tutti quanto diversa sia l’espressione di questo gioco in una arena NBA o in un campus universitario. Sono due mondi a parte.

Ma non finisce qui. Ci sono le leghe semiprofessionistiche, come la CBA, o l’ABA anni ’70 rivale della NBA, ci sono gli Harlem Globetrotters. Qui si apre un capitolo leggendario che merita spazi e tempi a parte.

Noi qui parliamo dell’incontro tra l’hip hop e il basket, di un matrimonio felice che ha portato nel mondo un’emozione unica. 

Il basket è bello perché ha un Pantheon unanimemente accettato. Il miglior di sempre è stato Michael Jordan, 6 titoli con i Chiacago Bulls negli anni ’90. La migliore squadra di sempre è stata una rappresentativa nazionale, quel Dream Team di Barcellona ’92 che ha significato senza appello la supremazia del basket in giro per il mondo.

Ma anche qui andiamo oltre, anche qui tocchiamo corde di un suono diverso. E’ la canzone che è la stessa. E’ sempre un inno al basket.

Orgoglio personale, difficilmente oppugnabile. MJ e il Dream Team, il singolo e la squadra più grandi. Non solo qui. Di tutti gli sport, di tutti i tempi.

Noi andiamo sul cemento. Nel Pantheon c’è un posto per lo streetball e i suoi dei. Il migliore di sempre è stato Earl Manigualt, il tempio è il Rucker Park. Harlem, Uptown Manhattan. New York City.

Cos’è lo streetball ? Si diceva, è solo un’altra espressione del gioco. Già, ma quale ? Per me è l’espressione più vera, più sincera. E’ semplicemente il principio di tutto, è un pick-up game sul cemento tra ragazzi che non hanno paura.

Lo streetball è la base, la NBA il vertice. Lo streetball è la lirica, la voce più vera e più intima, la NBA è l’epica monumentale in cui è sempre la lirica il suo principio puro e fonte primaria.

Sempre nel Pantheon apprendo che la capitale mondiale del basket è New York. I suoi templi maggiori sono due. Il primo è il Madison Square Garden, Midtown Manhattan, the world’s most famous arena.

Qui giocano i Knicks, la squadra della prima partita della storia NBA e di Ossie Schectman, autore del primo canestro di sempre. Il MSG però ha ospitato anche il torneo NIT, la vetrina più lucente prima dell’avvento del Torneo nel college basket, e tutt’oggi è l’arena più bella, dove chiunque abbia giocato riferisce di aver provato emozioni uniche.

Più a nord, oltre Central Park, c’è Harlem. Già, Harlem, il ghetto afro-americano per eccellenza. Qui si trova il Rucker Park, a nord del quartiere, giusto a un passo dal Bronx. Il Rucker Park sta allo streetball come lo Yankees Stadium, che sorge dall’altra parte del fiume, sta al baseball.

Sorge giusto laddove prima v’era il Polo Grounds, dove tra gli altri giocavano i Giants di baseball acerrimi nemici degli Yankees e dei Brooklyn Dodgers cari a Spike Lee. E’ tutto qui, Harlem grida a tutti la sua supremazia come una volta i Globetrotters portavano in petto il nome del quartiere ovunque nel mondo e anche dinanzi al Papa.

Harlem, New York. Non si va oltre. E’ tutto inciso a perenne ricordo nel marmo. 

Il rapporto tra hip hop e basket è tra queste strade. In modo o nell’altro c’è sempre. Michael Jordan è cresciuto nel North Carolina ma è nato a Brooklyn, benedizione di grazia, 2pac, il suo equivalente in versi, ha fatto lo stesso percorso un po’ di anni dopo. Nato ad Harlem, si è spostato prima a Baltimore e più tardi nell’area di Oakland. Stesse origini, stesso traccia verso il trionfo. Onore a chi è stato the greatest.

Noi ci accingiamo a celebrare l’hip hop basketball. Da una parte c’è il Rucker, dall’altra parte del fiume il South Bronx. Vi dice niente ? Semplice, una volta di più. Hip hop basketball. Il principio del basket e il principio dell’hip hop. Niente di più facile, tutti in pochi isolati. NYC, la capitale.

Tutto nasce nel 1998. Ron Naclerio, coach della Cardozo High School nel Queens, manda una videocassetta alla AND1, una ditta di scarpe da basket. In questi filmati è ripreso un giovane baller, conosciuto ad Harlem col soprannome di Skip to my Lou, evoluire in movimenti mai visti prima, in palleggio, al passaggio, con una fantasia e una originalità geniali.

Quelli della AND1 ne sono talmente stupiti che accettano di mettere mano al mixtape, integrarlo con altri filmati e poi inserirlo nelle confezioni di scarpe nei negozi. E’ nato il primo volume dei mixtape.

Skip to my Lou, il vostro Rafer Alston odierno point guard titolare dei Rockets, cammina con la palla in mano con dei saltelli, prende in giro gli avversari con movimenti di una grazia mai più rivista, palleggia tra le gambe, dietro la testa del difensore. E’ impossibile descrivere a parole. 

E’ troppo bello da vedere, è una gioia unica, un sorriso luminoso. La maggior parte dei filmati viene dal Rucker Park. E’ qui che vi volevo. Con lui infatti inizia davvero una nuova epoca. Iniziano i mixtape della AND1 che continuano con formidabile successo ancora oggi e rinasce in chiave moderna, per inciso in chiave hip hop, il Rucker Park e tutto il movimento che conosciamo come streetball.

Skip è il re, a proposito di quel Pantheon, succeduto al primo, Earl Manigault. 

Quella è un’altra era. E’ l’era dei miti, che oggi rimangono tali, così come le leggende ad esse collegate. Di Earl Manigualt, di Joe “The Destroyer” Hammond, di Pee Wee Kirkland, di Herman “Helicopter” Knowings, di Fly Williams ci rimangono solo i racconti di chi ha avuto la fortuna di vederli giocare dal vivo. 

Si dice, si narra che…come Omero cantava le gesta dei suoi eroi noi oggi pendiamo dalle labbra di chi giura di aver visto volare Earl Manigualt sulla testa di Lew Alcindor e Connie Hawkins, o di chi fu testimone dell’epica disfida tra “The Destroyer” e Doctor J.

Con Skip il Rucker ritorna ai fasti antichi dopo un periodo di buio, e con la colonna sonora hip hop ci porta direttamente nelle nostre case il profumo del cemento rovente delle estati newyorchesi.

Oggi tra la 155th Street e Frederick Douglass Boulevard si gioca l’Entertainers Basketball Classic, una copia rispettosa del torneo originale fondato da Holcombe Rucker. Ogni estate il pavimento verde del campo, con un grattacielo dei projects che fa da sfondo ad un canestro, è il teatro di accese battaglie oggi tutte documentate dai video.

Il suo motto è esplicativo. The Original, per rimarcare la continuità storica col primo torneo, The Real, per ribadire che non è un circo ma anzi l’anima del gioco, The Revolution, perché lo stile che è nato da queste parti ha cambiato tutto anche nella NBA e nella mentalità del basket ad ogni latitudine.

Sono due le caratteristiche che rendono l’EBC il torneo più celebre. Innanzitutto perché qui, come in passato, arrivano le star della NBA a mettersi alla prova. Una volta i vari Lew Alcindor o Doctor J giocavano per passione e per tenersi in forma, oggi Kobe Bryant ci va più che altro per aggiungere un tassello alla sua sempre debole street credibility, oppure si va per soldi e per pubblicità.

Ciò non toglie che le partite siano vere e le star NBA sentano il bisogno di giocarsela contro i baller conosciuti solo per fama di strada, al costo di fare una brutta figura. I nomi sono tanti, dai newyorchesi (Stephon e suo cugino Bassy, Lamar Odom, Mark Jackson, Jamaal Tinsley, Ron Artest e ancora altri) a Steve Francis, Baron Davis, J.R. Smith e Vince Carter solo per citarne alcuni fino ovviamente a sua maestà Allen Iverson, ambasciatore presso la NBA di questo mondo. Altra statua nel Pantheon.

Le storie non si contano. Si va da Vince battuto da Half Man Half Amazing (Brooklyn) fino alle finali incandescenti degli ultimi anni. Già, ecco la seconda caratteristica del Rucker. L’hip hop. Le squadre sono in mano ai grandi del gioco, tra i quali vi sono stati P. Diddy, Fat Joe, The Game e Jay-Z. Sono loro che assoldano i giocatori perché vincere qui è vincere tanto a livello di reputazione.

Più hip hop basketball di così si muore. La materia è densa, meriterebbe maggiore trattamento. Ci limitiamo a nominare Homicide (Bronx), MVP di una edizione del torneo, Adrian Walton (Harlem), oggi A Butta ma prima Whole lotta Game, autore di sfide memorabili con Vince Carter, The Best Kept Secret (Bronx), mancino con tanti punti nelle mani, e The Bone Collector (nato in Texas ma cresciuto a Pasadena, California), mirabolante star degli ultimi anni.

Prima bisogna risalire ad Alimoe, aka The Black Widow, il migliore insieme a Skip che si sia visto da queste parti. Ma qui la storia si intreccia ancora una volta con i mixtape della AND1. E’ giusto onorarli a dovere.

Del primo volume abbiamo detto e delle gesta di Skip to my Lou suo iniziatore. Il secondo ci introduce Main Event (Linden, NJ), grande dunker, Half Man Half Amazing e i baller dai movimenti visionari come Headache (Harlem), Shane (Bronx), Future (Bronx) e I’ill be right back (Bronx). E’ più romantico, mostra le donne e i bambini, ma Skip non è uguagliato.

Col terzo mixtape invece saliamo di livello. Compaiono sulla scena AO (Philly) e Hot Sauce (Atlanta). Il primo è un talento vero, spettacolare ma mai fine a se stesso, uno dei pochi che avrebbero potuto tentare con successo una carriera NBA. Hot Sauce è la versione elettrica di Skip, con moves folli che reinventano il gioco. 

Il suo è uno stile nuovo, meno elegante e più inaspettatamente creativo, uno stile moderno che fa di lui la nuova star del movimento e di questo mixtape probabilmente il più bello di tutti, a tratti addirittura immaginifico. Grandi lay-up e schiacciate condiscono il tutto.

Con il quarto volume continua il livello alto, AO e Hot Sauce perfezionano il loro stile ma la novità è che ormai sono un gruppo fisso, sono attori veri e star celebrate nei playground d’America grazie al loro primo tour in pullman. Non sono più essere indistinti di un montaggio frenetico che prende azioni qua e la, oramai hanno un nome. L’AND1 vive di luce propria.

Il quinto volume vede il ritorno di Skip idolatrato, inoltre ci fa conoscere 50 (Atlanta), High Octane (Bronx), entrambi grandi dunker, Sik wit it (Pasadena, Cali), grandissimohandler e il compianto Flash (Chicago), oltre ad una ignota ragazza che fa un crossover pauroso. 

Col sesto torniamo a livelli altissimi. Alimoe, 2 metri e 5 d’altezza o forse poco più, tratta la palla come un piccolo e fa tutto il resto. Semplicemente fantastico, ci porta anche un po’ in giro per Harlem, lui che vi è nato, quindi è un talento purissimo che per di più gioca in casa, orgoglio del quartiere. Alla fine del mixtape c’è un piccolothrowback sulle tracce di Stephon Marbury, Shawn Marion e Skip to my Lou loro uomo copertina.

Il settimo volume ci porta dritti nelle arene NBA, con tra gli altri Ricky Davis e Speedy Claxton, ma soprattutto con il bianco Professor (Salem, Oregon) da una parte e Helicopter (Moorehaed, NC) e Go Get it (Chicago) sopra il ferro. Ci sono inoltre un omaggio, addirittura doveroso, a Jason Williams e un altro commosso a Flash. Chiude un improbabile one on one tra Alimoe e 50, con il ragazzo di Harlem che è palesemente superiore nonché mille volte più bello da vedere.

Il mixtape numero 8 abbassa un attimo il livello, perché si lascia andare troppo con un tipo di esibizione fine a se stessa. I giochetti di Pharmacist (Mt Vernon, NY) con la maglietta, le volate del piccolo Baby Shack (Washington DC) e le trovate con i piedi di Pat Da Roc (Prince Frederick, Maryland) valgono comunque il prezzo del biglietto. Con il 9 si va invece alla scoperta dei quartieri di origine dei nostri baller.

Troviamo quindi AO a Philadelphia, Silk, grande talento inventivo a Baltimore, Prime Objective e Baby Shack entrambi spettacolari con la palla in mano a Washington, Half Man Half Amazing a Brooklyn, Main Event nel Jersey, Go Get it a Chicago e un po’ di West Coast con Professor da Salem, Oregon e Bad Santa, Sik wit it e Assassin above the rim da LA.

La vera chicca è però Air Up There dal Texas, meglio conosciuto con il nome di Mr. 720, autore anche se non in questi video di una schiacciata apparentemente di 720 gradi.“He did twice in the air”. Non serve il goniometro, resta il filmato a testimoniare una di quelle leggende che altrimenti sarebbero rimaste tali come quelle del periodo aulico del Rucker. Non può mancare infine l’appuntamento ad Harlem con Tango e Cash, gli MC in campo del Rucker.

Ultimo mixtape della serie è il decimo. Nel decennale si rende omaggio ad ognuno dei mixtape precedenti, le partite intanto sono più vere e si va oramai fissi nelle arene NBA. Piccolo cameo di The game in versione baller, niente male, a dimostrazione della veridicità dei suoi versi.

Il movimento della AND1 è il più celebre di tutti e checché se ne dica ha contribuito a far amare il basket, regalandoci uno spettacolo che ha un valore inestimabile se si pensa che è pur sempre un valore aggiunto a quello ovviamente più alto della NBA.

La sua parabola dalla gioia primitiva degli inizi alle esibizioni nelle arene NBA è figlia dei tempi, ma l’eredità di questa rivoluzione a ritmo di hip hop è ancora viva. Onore a tutti i baller quindi, eroi veri, giocatori veri, sentinelle al principio del gioco.

Oggi al Rucker ci sono le telecamere di NBA TV, gli sponsor dominano sovrani, Bill Clinton e David Stern si sono fatti vedere a braccetto sulle anguste tribunette ma tutto questo non cambia niente. Qui si gioca sul serio, il resto sono chiacchiere.

Magari quelle di Duke Tango, l’MC che inventa sul momento i soprannomi con i quali alcuni di questi ragazzi verranno ricordati per sempre. La gente tutto intorno esulta, si agita, si muove a ritmo di musica. Al Rucker il basket è solo il perno di una cultura vivace e bellissima che è l’anima vera dei neri d’America. E’ il loro hood, il loro quartiere spesso degradato e malfamato a cui noi amanti del gioco dobbiamo per sempre rendere omaggio.

Il nostro cuore è li, tra quattro recinzioni di ferro, tra palazzoni dei projects, rappers e spacciatori di droga. Il campo sembra più piccolo perché il bordo-campo non esiste, il cielo sostituisce i banner della vostra vincente squadra NBA, qui è tutto allo stato puro. Poi magari piove e ci si trasferisce in palestra, come quando Vince schiacciò sull’alley oop mandando in giubilo la folla.

Nel 2003 in tutta NYC ci fu un pauroso blackout, come quello del 1977 raccontato da Spike Lee in S.O.S. Proprio quel giorno si doveva giocare la finale del torneo, tra la squadra di Fat Joe, Terror Squad, e quella di Jay-Z, S Dot Carter. Da una parte Stephon Marbury, Skip, Al Harrington, The best kept secret, Carmelo Anthony e Amare Stoudemire.

Per Jigga invece Lamar Odom, Jamal Crawford, Eddy Curry, Jamaal Tinsley, Kenyon Martin, Smush Parker e il cuginetto di Steph Bassy Telfair. Il livello non è male, eh ? Peccato che la finale dopo il blackout non fu mai più giocata, ma la tensione, non sono agonistica, fu molto alta.

Negli ultimi anni il rapper The Game ha messo sulla mappa la West Coast con la sua Black Wall Street, ma una bella novità è stata quella di introdurre l’EBC America, lo scontro tra le città. Capita quindi che per LA giochino Baron Davis, Gilbert Arenas e The Bone Collector e per Seattle Nate Robinson, Brandon Roy e Jamal Crawford. NYC non ha troppo bisogno delle star NBA, ci sono fin troppi grandi baller nel sommerso dei 5 distretti.

E’ doveroso ricordare che ci sono playground di grande fama anche al di fuori di NYC, come le leggende, si vedano Raymond Lewis cantato da Federico Buffa da LA, o Hooked Mitchell degno di un proprio documentario, da Oakland.

NYC poi è una città talmente profonda che vive il basket in ogni suo angolo, anche ovviamente lontano da Harlem, come per esempio Ed Booger Smith a Soul in the hole, Brooklyn, anche lui immortalato in un bellissimo documentario.

Non mancano per esteso anche altre espressioni dello streetball, come il one on one sponsorizzato dalla Nike (i Battlegrounds) e i tornei prestigiosi, come a Philly con la Baker League, teatro delle gesta queste si veramente eroiche di Black Jesus, a cui dobbiamo tanto come Federico stesso ci ha ricordato.

Ma mi torna in mente una scena del film di Spike, La 25ª ora. Il monologo del protagonista che grida a tutti “fuck you !” è una delle scene più belle della storia del cinema, non sto esagerando. A un certo punto tocca ai neri di Harlem ricevere le ingiurie d’odio.

Viene detto loro che “non passano mai la palla, non vogliono giocare in difesa, fanno cinque passi per arrivare sotto canestro, poi si girano e danno la colpa al razzismo dei bianchi”. Sarà anche vero, sarà che al Rucker il basket è soprattutto one on one tra le guardie, è cercare la giocata spettacolare, sarà tutto vero ma a me questo modo di giocare piace da morire.

Anzi, onore a tutti loro, una volta di più. Onore ai baller e ai rapper.

2pac ad Harlem scriveva in versi. Un giorno scrisse queste parole. 

You try to plant somethin in the concrete, y’knowhatImean? 
If it GROW, and the rose petals got all kind of 
scratches and marks, you not gon’ say, “Damn, look at 
all the scratches and marks on the rose that grew from concrete” 
You gon’ be like, “Damn! A rose grew from the concrete?!” 
Same thing with me, y’knahmean? I grew out of all of this 
Instead of sayin, “Damn, he did this, he did this,” 
just be like, “DAMN! He grew out of that? He came out of that?” 
That’s what they should say, y’knowhatImean? 
All the trouble to survive and make good out of the dirty, nasty 
y’knowhatImean unbelievable lifestyle they gave me 
I’m just tryin to make somethin..


You see you wouldn’t ask why the rose that grew from the concrete 
had damaged petals. On the contrary, we would all celebrate its 
tenacity. We would all love it’s will to reach the sun. 
Well, we are the rose – this is the concrete – and these are 
my damaged petals. Don’t ask me why, thank God nigga, ask me how! 
Hahahaha…


Bellissima immagine. The rose that grew from concrete. Una rosa che cresce sul cemento. 

Già, il cemento. Quello rovente delle leggendarie estati newyorchesi. One love.

~ di dannygpl su 28 giugno 2009.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

 
%d blogger cliccano Mi Piace per questo: