Hip Hop Basketball – Part 2


Fino al draft del 1996 l’hip hop basketball è un movimento ancora alla ricerca di se stesso. Negli ‘hood di tutta America, a partire da quelli di New York, già il rapper e il baller sono i due modelli di vita, nella NBA Shaq è la cosa più divertente sia mai capitata lì da molti anni così come il suo flow e Michael Jordan è già the greatest.

Come abbiamo visto fu lui a inculcare con il suo atteggiamento ribelle all’All Star Game del 1985 lo spirito della nuova cultura giovanile ma Michael è un tipo con la testa sulle spalle, maturo, attaccato ai valori tradizionali. Il suo amore per il padre è una stonatura troppo evidente per un movimento di cui fanno parte giovani ragazzi i cui genitori o sono in prigione o peggio non si sono mai fatti vedere.

A questo aggiungente la sua passione per il baseball, lo sport più tradizionalista, e di conseguenza più bianco. La vicinanza massima con l’hip hop sono i cappellini delle squadre MLB, con le loro iniziali, segni intangibili d’appartenenza e parte integrante di ogni rapper. Ma è questo, niente di più.

Michael è stato solo un simbolo di riflesso. No, il leader doveva ancora arrivare.

Draft NBA del 1996. I Philadelphia 76ers scelgono con la prima scelta assoluta Allen Iverson, guardia da Georgetown. Non ci vorrà molto a capire. Il crossover a Michael è un affronto, è la sua incoronazione. Una nuova era si apre.

“The Answer” è ancora oggi il simbolo e sempre tale resterà, di un modo di giocare a basket che fa del basket stesso non più un gioco già di per sé eccitante, ma qualcosa di poetico. Poesia di strada, poesia ribelle.

Non sono soltanto le caviglie distorte chi lo vede andare via in palleggio, non sono soltanto le penetrazioni nel cuore dell’area o gli assist dietro la schiena. E’ ancora, e più che mai con lui, una questione di mentalità.

Allen Iverson ha portato nella NBA il gioco del playground e lo ha elevato ad arte. Ha ereditato dalla strada una cultura giovanile dilagante, se ne è fatto simbolo e ne ha sparso la fama nel mondo.

E’ la sua immagine innanzitutto, la sua fotografia. Cornrows, ovvero le treccine che sono il vanto dei barbershop neri, tatuaggi, ognuno dei quali una storia di vita vissuta oppure una frase importante oppure ancora segni d’appartenenza, pantaloncini larghi, detti baggy shorts, e spesso la fascia colorata intorno alla testa.

La sua storia è esemplare. Nel 1993 finisce in carcere a seguito di una rissa e giova ricordare che dobbiamo dire grazie all’allora Governatore della Virginia se oggi lo vediamo in campo a deliziarci. Da rookie viene sorpreso con una pistola e una bella dose di marijuana nella sua macchina, gli episodi spiacevoli in allenamento non si contano con sole due mani.

Memorabili restano le storie tese tra la sua posse e quella di Jerry Stackhouse, ancora di più una sua intervista del 2002 in cui parla indirettamente verso coach Larry Brown. “Stiamo qui a discutere, dovrei essere il giocatore franchigia e noi di cosa parliamo ? Dell’allenamento ? Parliamo dell’allenamento ?”.

Un talento puro come lui non ha bisogno dell’allenamento e non dovrebbe essere punito perché ne salta uno in quanto il leader della squadra, questo è il suo discorso. “You fuck with me, you fuck with the best”, diceva Tony Montana, ripreso tra i molti da Nas.

Poi c’è la musica, ovviamente. Dietro Jewelz si cela il ragazzo delle strade degradate di Hampton, e una non troppo vaga omofobia che non è piaciuta tanto alla NBA. Le polemiche furono molte, e il suo album non fu mai pubblicato.

A David Stern piace la passione con la quale gioca ogni singolo possesso ma meno l’immagine che la NBA ne ricava, come quando Hoop, la rivista ufficiale della Lega, cancellò magicamente tutti i suoi tatuaggi per la copertina. Decisione ridicola, ma che fa pensare.

La NBA oramai è un prodotto globale, e Stern lo vuole vendere ovunque senza urtare le sensibilità di nessuno. E’ come nella politica, quando si vuole il consenso della maggioranza si cerca di essere più moderati, e quindi più conformisti. Sa benissimo che con l’equazione NBA uguale hip hop non si va oltre a conquistare un pubblico che in realtà odia l’immagine del giocatore NBA ignorante e arrogante.

La situazione è sfuggita totalmente di mano in una serata al Palace di Detroit, il 19 Novembre 2004.

In seguito ad un fallo duro di Ron Artest il centro dei Pistons Ben Wallace reagisce con violenza e lo spinge con forza. Fin qui un fatto grave. Ben, ragazzo dell’Alabama che alterna i cornrows all’afro anni ’70, è un tipo duro, uno che in gioventù ha sofferto la fame nella miseria più desolante.

Ron Artest però è pane per i suoi denti, lui viene dai projects di Queensbridge, gli stessi di Nas, e queste cose lì sono quotidiane. Di più, ad una provocazione come questa si risponde, perché fa parte della N.Y. State of Mind.

Ron, a dire il vero, dopo un po’ si tranquillizza, sì, ma dove ? Si stende sul tavolo degli arbitri, poi quando diviene bersaglio di un lancio di un bicchiere dagli spalti risale le scale per picchiare il colpevole. Ron non doveva mai mettersi lì sdraiato, non doveva mai provocare la reazione della gente.

Per la NBA è un danno di immagine grandissimo. Nessuna lega aveva mai visto tale spettacolo, ripetuto tra l’altro poco dopo al MSG con ‘Melo che corre via dalla rissa. Per la NBA è un ragazzo responsabile, per il movimento è un comportamento da pussy, da femminuccia.

La più importante conseguenza è stato il Dress Code. Stern detta : basta con questi do-rags, i baggy short, i cappellini da baseball e le cuffie enormi per ascoltare Jay Z, 50 Cent o il meno noto rapper underground della propria città. Da qui in poi solo Versace, Gucci o Prada, che tra l’altro sono citati molto spesso dai rapper.

E’ giusto ? Io dico di no, perché non solo l’abito non fa il monaco ma è scorretto vietare la libertà nel vestirsi se questo significa esprimere la propria personalità. Ma Nas ci ha aperto gli occhi.

“You can’t blame … David Stern with his NBA fashion issues”. Non si può dare la colpa a David Stern. La colpa, dice Nas, l’intellettuale milionario con una pistola ormai accantonata, è dei rapper di oggi.

Il singolo in questione si chiama, come tutto l’album del 2006, Hip Hop is Dead. Mai ci fu tanta chiarezza. L’hip hop è morto perché “Everybody sound the same, commercialize the game”, ovvero le canzoni sono una uguale all’altra e l’unico obiettivo è fare soldi. Di più, “Reminiscin’ when it wasn’t all business – It forgot where it started – So we all gather here for the dearly departed”.

Una volta non era così, una volta i rapper parlavano dei se stessi e della propria realtà sociale. Era Brenda’s got a baby e Trapped di 2pac o Fight the Power dei Public Enemy, era mobilitazione sociale e politica, una volta era Straight outta Compton degli N.W.A. perché a Compton si moriva ogni giorno e di questa cruda realtà si parlava nelle canzoni.

Oggi la pistola fa parte dell’arredamento retorico, senza nessuna corrispondenza con la realtà dei rapper da MTV. Oggi è tutto bling bling e questo fa schifo. Ecco, se i baller NBA devono rappresentare questo decadimento allora è meglio vestire Prada.

In ogni All Star Game le celebrità più ambite sono i rapper e sembra quasi che siano i campioni NBA ad andare a baciare i piedi a loro e non il contrario dato lo specifico evento. Le feste durante il week-end sono un altro esempio di come la cultura hip hop sia oggi dominante nella NBA.

Nel 2007 a Las Vegas ci è quasi scappato il morto, non molto distante da dove fu sparato 2pac. Nelly cominciò a “far piovere i soldi” dal cielo e nel momento della raccolta a terra di tutti questi dead Presidents scoppiò una rissa e poi una sparatoria, in cui fu coinvolto anche Pacman Jones, cornerback NFL.

La cultura Hip hop influenza la NBA più di quanto si possa immaginare. Non è un’influenza indiretta, perché nella maggior parte dei casi gli stessi campioni NBA sono cresciuti in quartieri dove il maestro è il rapper e l’insegnamento il suo testo con un beat in sottofondo.

Queste canzoni insegnano il giovane afro-americano a essere ruthless, come diceva Eazy-E back in the day, cioè a non calare mai la testa nei confronti di nessuno. I don’t give a fuck, sempre dritto per la propria strada.

Ancora, non sono soltanto parole ascoltate nell’ipod per passatempo, non è musica, è where i’m from, fa parte delle proprie radici, è this is how we do. Ovvero noi siamo così, le vostre regole non ci cambieranno.

It ain’t nuttin but a G thang, dove per G sta l’essere gangsta ma andando oltre anche game, il gioco non del basket ma prima di tutto il modo in cui si avanza socialmente. Il game è il rap o il basket, l’importante è avere successo affermando la propria identità.

Oggi l’hip hop, come il basket, dilaga in tutto il mondo. E’ bene però riaffermare che entrambi gli aspetti sono sempre stati e lo sono tutt’oggi caratteristiche specifiche dei quartieri afro-americani delle città d’America. Quartieri per lo più degradati, dove i giovani neri sono cresciuti tra povertà e criminalità, cosi che sia il basket che l’hip hop sono sempre stati i due modi più comuni di uscire dalla propria dura realtà, fare soldi e rendersene orgoglioso.

Biggie lo ha detto chiaramente più di tutti. “If I wasn’t in the rap game – I’d probably have a key knee – deep in the crack game – the streets is a short stop – either you slingin’ crack rock – or you got a wicked jump shot”.

Se non fosse stato per il rap avrebbe continuato a spacciare crack a Bed-Stuy, perché le strada è una fermata obbligata sia se spacci droga sia che hai un pessimo jump shot. Questo è l’hip hop basketball, niente di più. Tanti ragazzi anche in questo momento sognano sul proprio campetto che quel tiro o quel palleggio bastino per guadagnarsi da vivere prima di tutto, poi si sogna la gloria.

Non è un caso che tanti ragazzi abbiano deciso di non andare al college e passare direttamente tra i pro. A cosa serve studiare, a cosa serve perdere tempo in un college che poi tanto si sa che tutto si fa in un campus tranne che studiare, se per giocare a basket si può guadagnare fin da subito una barca di soldi. Per non parlare degli sponsor, i veri responsabili di tutto questo.

Qui il confine tra la gloria personale di diventare subito ricco e famoso e la necessità di sfamare la famiglia è molto labile. Tant’è, un’altra conseguenza di alcuni supposti vizi di questa mentalità è stata la decisione dell’obbligo di almeno un anno al college. Cambierà forse poco, ma almeno non andranno più in fondo al cesso appena fuori dall’high school i troppi vacui hoop dreams degli ultimi anni.

Il 1996, come abbiamo detto, è l’anno spartiacque. La NBA trova “The Answer” e il mondo perde 2pac, il singolo rapper più famoso e carismatico. Se si volesse dire chi sia il Michael Jordan dell’hip hop sarebbe sicuramente lui, il ragazzo contro tutto e tutti nato ad Harlem ma svezzato dalle strade violente dell’area di Oakland. Me against the world.

Prima di quell’anno c’era Shaq e il college basket. In principio furono gli Hoyas, la Georgetown del primo coach afro-americano campione NCAA. Erano la squadra dei“Twelve Angry Black Men”, parafrasando un bellissimo film giudiziario del 1957.

Poi ci furono i Runnin’ Rebels, di nome e di fatto, con Stacey Augmon e Larry Johnson, ragazzi letteralmente strappati allo slangin’ (vendere droga) e agli spari da Jerry Tarkanian. Soltanto dopo i Bad Boys di Detroit, hip hop si e no ma tanta durezza fisica e mentale, apparvero i leggendari Fab Five di Michigan.

Chris Webber, Jalen Rose, Juwan Howard, Jimmy King e Ray Jackson erano i 5 titolari della squadra del ‘92. Piccolo particolare : erano tutti freshman. Avevano le teste rasate, i baggy short e i calzini neri, giocavano in modo spavaldo e spettacolare. Chris Webber chiamò un time-out che non c’era nella finale contro Duke e questo pose fine ai sogni di titolo. In due anni arrivano due finali, entrambe perse, poi si venne a sapere che alcuni di loro erano implicati in accordi sotto-banco con tanti $ illegali. Anche questo faceva parte del loro essere hip hop.

Il 1996 è l’apice dello scontro tra la East Coast e la West Coast, è il momento in cui l’hip hop fa più parlare di sé, anche nella NBA con Allen I. Poi ci sarà Marbury, icona da Coney Island alla quale si ispira Spike Lee in He Got Game.

Chi ha visto il film ne può dedurre il rapporto tra basket e hip hop inteso come cultura, lo ripetiamo, prima che come musica. Con Rasheed Wallace (conduttore a Portland di uno show radiofonico) si va di fallo tecnico in fallo tecnico verso un modello quasi da criminale senza ragione, un po’ folle, come più tardi il nostro caro Artest che spacca un monitor al MSG o se ne va in giro a produrre album di ragazzine dalla coscia lunga.

Latrell Sprewell arrivò addirittura a strangolare P.J. Carlesimo e oggi si lamenta di come alcune decine di milioni di dollari non gli bastano a sfamare la propria famiglia. Skip to my Lou non ha perso il tocco anche nella NBA ricordando i vecchi tempi in cui era l’eroe del Rucker, Jason Williams è stato l’Eminem del basket, Vince Carter ha mantenuto alto il fascino della slam dunk e Jamal Crawford ha portato a New York ciò che è di New York.

Già, NYC. E’ la capitale del basket e dell’hip hop e quindi padrona di questa serie di articoli. Le point guard newyorchesi sono la prova vivente di come il gioco nella NBA sia cambiato. Amo perdutamente lo stesso Rafer Alston (Queens), Jamaal Tinsley (Brooklyn) e Steph (Brooklyn) come ho amato Mark Jackson (Queens), Kenny Anderson (Queens) e soprattutto Rod Strickland (Bronx), artista inarrivabile soprattutto con i Bullets.

Fin qui abbiamo parlato dello sviluppo di una mentalità. Il basket NBA nel senso puramente tecnico ha subito una grande trasformazione in virtù di essa. Il gioco è diventato più individualista, dominato dalle guardie che sognano di battere sempre e comunque in palleggio il proprio avversario, è diventato più spettacolare perché si gioca per vincere ma anche per divertire il pubblico.

Nel rap si sparano rime una dopo l’altra in un esercizio solitario, il basket è il più individualista degli sport americani perché basta una palla e un canestro e puoi giocare da solo. Di più, puoi esercitarti in palleggio senza l’aiuto di nessuno, puoi schiacciare in solitudine. Anche per questo la vicinanza è strettissima.

Oggi è quasi disonorevole per una guardia NBA non sapere andare sopra il ferro. Ricordo Andre Miller chiudere in lay-up molti contropiedi. Fu bollato come un loser. Questo non si fa. Si va sempre a cercare la schiacciata, chi batte il difensore in one-on-one è più degno di gloria di un tiratore puro, si cerca sempre di andare in Top 10 per Sportscenter.

Questa è stata anche la lega di John Stokcton come oggi è pure di Dirk Nowitkzi, ma l’hip hop basketball resta non solo la corrente dominante ma di gran lunga il maggior veicolo dello spettacolo. E’ grazie soprattutto a questa mentalità che la NBA è la NBA. Nuff said.

E’ un modo di giocare e uno stile di vita. Riviste come Slam e Dime celebrano questo way of life come la Nike, la Reebok, la AND1 e l’Adidas promuovono i campioni NBA come gli eroi dei tempi d’oggi oltre che i camp estivi sul blacktop, ossia l’asfalto dei playground di città.

Lo stile di vita che parte dal più degradato dei quartieri è per ovvio paradosso moderno un business assai lucroso. Robert L. Johnson è un imprenditore nero che ha fatto fortuna con i video musicali della sua Black Entertainment Television e ha capitalizzato i suoi ricavi comprandosi gli Charlotte Bobcats. Esempio di un matrimonio più felice di così si muore.

No, già, dimenticavo. Parliamo al livello più alto. Non è un caso se in questi ultimi anni è nata un’amicizia. Lebron James e Jay-Z, il baller e il rapper più celebrati dai media, poi discutiamo se sono i più bravi, io per primo metto più in alto Kobe, The Answer e The Game e Nas riferendomi solo al presente, ma di sicuro le copertine sono tutte per loro.

Negli ultimi playoff tra Cavs e Wizards DeShawn Stevenson se ne è uscito con una dichiarazione un po’ licenziosa, proclamando Lebron “un giocatore sopravvalutato”. LeBron ha risposto dicendo che lui stava al gioco come Soulja Boy a Jay-Z.

Apriti cielo. Il rapper di Atlanta in supporto dei Wizards e Jigga che incide una diss song in cui dice “When you talkin to a don, please have respect like your talkin to your mom” e “We let the money do the talkin”. Il confronto è impari, ma almeno DeShawn ha avuto l’onore di essere per lo meno risposto da chi viene proclamato “the best rapper alive”.

Uno che non manca mai alle partite dei Nets, di cui è socio di minoranza. Il suo sogno è di portare Lebron e i Nets a Brooklyn, progetto ambizioso e affascinante che sottolinea una fase del movimento dove i “boyz n the hood” di ieri sono gli imprenditori milionari di oggi.

L’immagine di lui a bordo campo è la fotografia che hanno in mente tutti. Hip hop o basket, l’importante è essere lì, magari al Garden di NY, magari con al fianco la splendida Beyoncè. Non male, eh ?

Noi ci vediamo per le ultime due puntate del nostro viaggio.

Vi do appuntamento ad Harlem tra la 155th Street e Frederick Douglass Boulevard.

~ di dannygpl su 21 giugno 2009.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

 
%d blogger cliccano Mi Piace per questo: