Ghemon: l’intervista


From The Court ha avuto il piacere di porre qualche domanda a Ghemon: si è parlato di progetti futuri, musica, sport e altro… Davvero da non perdere!

Mettettevi comodi, buona lettura!

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L’estate si avvia verso la fine: innanzitutto raccontaci un po’ com’è andata, tra live ed eventi vari. E parlaci un po’ del Ghemon modello autunno-inverno…

Il disco è uscito alla fine di febbraio e il lavoro, soprattutto nei primi tre mesi, anche con l’uscita dei due video, è stato moltissimo. Mi aspettavo più movimento quest’estate, invece la situazione è stata un po’ stantia. “Ma l’estate sta finendo e un anno se ne va, sto diventando grande e giassai che non ve n’è” diceva la canzone, e quindi guardiamo avanti, perché di lavoro da fare ce n’è sempre un notevole ammontare. Prima di tutto io e Fid abbiamo iniziato a darci delle linee di massima per il prossimo lavoro, ma sono idee molto generiche di suono, come e cosa sperimentare, quindi il ciclo non sarà brevissimo. Ma da parte ho tanti side projects, su alcuni dei quali mantengo il segreto, ma che si stanno concretizzando, tipo un EP con… un altro Mc e un producer che non posso svelarvi! Di sicuro beccatevi in uscita il disco di Kiave che si chiamerà “Il Tempo Necessario” perchè spunto fuori qua e là, e anche perché è un disco fortissimo. E poi quello di Negrè che è superfresh, e avanti così…

Bene, allora staremo sintonizzati per le prossime collaborazioni. Normalmente come ti senti prima di un live? O meglio, cosa si prova prima di salire su un palco…

Dico la verità: il tempo ha cambiato le cose in maniera totale. All’inizio, quando ero piccolo, tipo verso i 18 anni, ero solo teso di non ricordarmi le strofe ma non vedevo l’ora di salire, la fotta era cieca! Poi con il tempo sono cresciute le ansie e le tensioni, e ho anche affinato i metodi per controllarle. Uno di questi è la preghiera. E’ difficile per chi è all’esterno capire perché mi apparto prima di suonare… ma qui non si tratta di alimentare il mio personaggio, di fare “quello spirituale”. Credo che le mie responsabilità sul palco e verso la platea siano cresciute e che il live, diventando sempre più corposo, mi richiede un momento profondo di concentrazione. E’ come quando hai fame perché non mangi da ore: devo riempire lo stomaco di energia per affrontare il live. Quando finisco, di solito infatti sono distrutto!

Sei mai stato o pensi di essere mai stato giudicato da colleghi per questo “metodo di concentrazione”?

Sinceramente quando devo concentrarmi cerco di stare da solo, e credo che quasi nessuno mi abbia visto farlo. Quando arriva il momento preferisco non essere interrotto, e credo si capisca il perché… se qualcuno ci ha mai provato lo sa! In ogni caso ognuno ha la sua maniera. Non sono l’unico ad entrare in completa astrazione prima di suonare: come me fa Kaos One, ad esempio, ma non credo che preghi! Poi c’è anche chi è bravo a non mostrarti che si sta concentrando, ma invece lo è da ancora prima di arrivare al locale!

Beh effettivamente poi ognuno ha le sue modalità. Ricordo George Weah prima delle partite del Milan, che pregava in mezzo al campo: diciamo che in qualche modo le richieste venivano esaudite!

Tu invece che rapporto hai con lo sport? Pratichi e/o segui qualcosa di particolare?

Al momento mi alterno tra corsa e calcetto, ma durante l’adolescenza ho fatto tutto. Basket e calcio a livello agonistico per un buon periodo, alternati con un anno di karate (chi non ha fatto la pazzia), un anno di kickboxing… e dico la verità, quando è capitato ho giocato a tennis e alla classica pallavolo a scuola o in spiaggia. Quindi direi che mi mancano ciclismo, nuoto e rugby. Mi attrezzerò. Seguo il calcio di tutte le serie e i campionati esteri, di base sono un innamorato del pallone e della mia Avellino! Stesso discorso vale per il basket italiano, visto che l’Avellino milita in serie A1, e per l’NBA di cui mi sono sempre interessato. In ogni caso se capita un evento sportivo in tv lo vedo, ma anche dal vivo… L’ultima cosa sportiva che ho fatto è essere stato all’Allianz Arena a Monaco a vedere Bayern Monaco – Wolsfburg 3-0, goal di Mario Gomez e doppietta di Robben, con un Ribery sublime, e dall’altra parte un ottimo Dzeko.

Avellino… Sembra che tu sia molto attaccato alla tua città, qual è il tuo rapporto con la “dolce terra natia”? Sappiamo che vivi anche a Roma, ma c’è una città (anche all’estero) in cui ti piacerebbe vivere?

Sono decisamente felice dei miei natali e quando posso rimarco la mia provenienza. So bene il posto in cui sono nato e le difficoltà che può comportare vivere in una piccola cittadina del sud, ma so anche che valori mi ha insegnato viverci, e se sono quello che sono, nel bene e nel male lo devo ad Avellino. Lo sport poi è uno dei pochi momenti di aggregazione e di vanto per gli avellinesi, e da buon irpino rimarco anche quello.Vivo a Roma ormai da otto anni, adoro viverci. Credo che la capitale, però, consideri come veri figli solo i romani, e gli altri, quelli “adottivi” come me, per quanto tempo ci vivano, non saranno mai come i figli veri. E’ una delle sensazioni che ho vivendo qui. Faccio un esempio, super shout out a mio fratello Urto per questo: quando eravamo ragazzini, attorno ai 15/16 anni, ad Avellino si trasferì dalla provincia di Napoli un ragazzo che faceva il writer. All’inizio lo consideravamo “il napoletano”, il ragazzo che veniva da fuori, ma tempo un paio di anni per tutti ormai era diventato dai nostri. Ecco, a Roma dopo otto anni mi sento ancora considerato un “esterno”, ma in genere ho un ottimo rapporto con i miei concittadini. Per quanto riguarda la capitale europea, per scelta di cuore direi Vienna, ci ho vissuto tanti bei momenti e ci ritorno spesso visto che Fid Mella, Brenk e Mainloop abitano lì, e ho conosciuto ormai tantissime persone…ma ho nel fondo del cuore un’outsider…Parigi!

Parigi? Casca a fagiolo! Io e l’altro amico blogger, Danny, ci siamo stati quest’estate. Ed entrambi concordiamo che abbia un nonsoché di speciale: dopo 2 ore a Parigi ti senti pienamente integrato, come se fossi lì da sempre… stavamo in una specie di ostello nel quartiere nero e ci si sentiva come Spike Lee mentre consegna le pizze in “Do The Right Thing”. Probabilmente ancora più bella da vivere che da visitare come turisti. Unica.

Ma torniamo ora a parlare del carattere dei tuoi testi…sia in “E poi, all’improvviso, impazzire” che nel precedente “La rivincita dei buoni” vengono fuori i tuoi sentimenti dalle liriche. Molti Mcs preferiscono puntare sull’autocelebrazione, altri su temi sociali… ma in pochi hanno il coraggio di mettere in piazza le loro emozioni. Cosa ti spinge a farlo?

Non so esprimermi diversamente. Non che io non abbia i miei momenti di superego, come qualunque rapper… ce li ho! Mi annoio a scriverli, tutto qua. Trovo superfluo dire certe cose. Poi come ascoltatore mi diverto a sentire certe punchlines, è una cosa che nel rap ci DEVE essere, solo che non è il mio genere di approccio con la musica, quindi ne faccio a meno. Ma vedi, è sempre una concezione egocentrica della musica: chi si autocelebra parla di sé, io mi “analizzo” come dallo psicanalista, e parlo di me. Beh, non sempre, a volte anche di storie capitate a persone a me vicine… ma, il punto è lo stesso! I temi sociali li tocco anche io quando mi è possibile, ma non mi va di fare demagogia. Un pezzo tipo “In Italia” di Fabri Fibra io non l’avrei mai fatto, perchè non sono interessato a parlare di certi aspetti della società, io tocco altre corde. Fabri ricopre il suo ruolo, parlando di cose ad un pubblico vasto che vive quello e vuole sentire quello. Io faccio un altro genere di vita e di musica, quindi non mi sentirai citare il personaggio televisivo dell’anno, non è quello che mi interessa dire in una canzone. Poi mi si può etichettare come “troppo sensibile” o “troppo professorino”, ma preferisco questo a “troppo imbecille” o “troppo incapace”.

Una domanda a bruciapelo: ti piacerebbe un futuro mainstream (al di là del discorso economico)? Non dimentichiamo che i video di “Abbiamo solamente” e “Tu o lei” erano in rotazione su All Music…

Una risposta a bruciapelo: sono già mainstream, aspetto solo che le persone si passino la voce. Non è tanto per la rotazione del video, ma per il fatto che faccio già musica per tutti, e non solo per la nicchia underground. Questo è il motivo per cui sono già mainstream, nel frattempo che il resto d’Italia se ne renda conto.

Mai pensato di lavorare anche alle tue stesse produzioni?

La mia storia è questa: con i soldi dei miei 18 anni avevo comprato un 950, all’epoca era LA macchina. Una volta preso, dopo una settimana scoprii che il floppy era rotto e non salvava, riportato al tipo che me l’aveva venduto. Boom. Prima esperienza fallimentare, e ho pensato: “Devo fare una cosa e farla bene: scrivere!”. Poi ci ho riprovato anni dopo per disperazione con il Fruity Loops, ho collezionato una cinquantina di beats, perché nessuno lo sa ma c’erano anni tipo il 2003 e il 2004 in cui ho faticato a trovare qualcuno che mi desse un beat, complice anche il fatto che vivevo a Roma e non avevo internet credo. Oggi ti posso dire che sono naturalmente incline, e gente tipo Fid e Shocca mi spingono a produrre, mi dicono che ho un buon gusto, e io m’illudo… perciò per quello troverò il momento giusto, e non è adesso! Diciamo, vorrei essere un produttore più “canonico”, uno che suona un po’ tutti gli strumenti e arrangia un pezzo da zero (vedi alla voce: Giovanni Pellino o Pharrell Williams).

Qualche progetto futuro un po’ differente… un libro?

Decisamente, ci ho pensato, come ho pensato alla recitazione. La conclusione è che la passione e l’impegno che metto nella musica dovrei metterli anche nel capire come si fa un libro o nel fare una scuola di recitazione, e ancora non mi sento pronto. Al momento penso prima agli ostacoli che potrei trovare in quei mondi che alla soddisfazione artistica che potrebbero darmi, e sono frenato… ma sento che presto o tardi qualcosa uscirà fuori.

I pro e i contro del fare rap…

Pro: capacità di espressione enorme. Studio del linguaggio, maggiore di una persona e/o di un cantante normale. Possibilità di cantare senza avere il dono di saper cantare. Se si è curiosi abbastanza, col rap si può scoprire praticamente tutta la musica, visto che è un genere che nasce dal campionamento e dall’assemblaggio di tanti pezzi provenienti da altri “pianeti”. A me ha insegnato ad avere una integrità artistica, mi ha permesso di girare l’Italia.I pro sono moltissimi.

Contro: molte persone usano gli stessi pro come alibi, come a dire: “Non serve che io abbia talento…è rap, frà!”. Ed infatti quando mi trovo in ambienti diversi da quello hip hop, con altri musicisti, è difficile togliersi di dosso una certa etichetta di “yoyoyo!”. Io mi sento un musicista e un cantante, prima ancora che un rapper, e questo dovrebbero esserlo tutti quelli che fanno seriamente questa cosa nella loro vita. Invece a tanti manca la curiosità, e se ti fermi al rap, resti ignorante in materia musicale, e il confronto con il mondo fuori dal tuo microcosmo è molto difficile.

Quindi si può dire che la cultura prevalentemente pop in cui viviamo abbia una sorta di “pregiudizio” nei confronti di quella hip hop? Per farla breve, i “non-rapper” se la menano un po’, o sbaglio?

Forse vedono il rap come qualcosa di meno importante sotto l’aspetto musicale: perchè secondo te? C’è aria di cambiamento?

Ma tu credi veramente che i “non-rapper” facciano male a menarsela nei nostri confronti? Credi che sbaglino a stereotiparci? Hai mai parlato con un ragazzino “x” che fa rap? Risultiamo degl invasati, e musicalmente molti dei “non professionisti” sono totalmente ignoranti. Io difendo la mia musica e la mia cultura come un vero soldato, ma a volte in giro vedo delle cose che mi fanno venire il freddo addosso! E chi mi sta leggendo sa di che cosa parlo, e gran parte delle persone che mi seguono sono stufe dei clichè bandana-catenazza-pantalonenorme, è di queste STRONZATE che parlo. Il cambiamento c’è, ma è lento. Il rap uscito con le grandi etichette sta contribuendo a farci accettare, perchè ci ufficializza e da continuità col passato (Neffa, Articolo, Sottotono ecc.). Però, c’è un però: con tutto il rispetto, io non voglio che Vinicio Capossela domani parli con me, pensando di stare parlando con Mondo Marcio. Voglio essere considerato per quello che scrivo, non per il vestito che porto. Mentre per chi è fuori dal nostro mondo, è facile generalizzare. Come per noi è facile l’equazione rockettaro=capellone. Con la differenza che il più scarso dei rockettari prende in mano uno strumento, e i rapper non devono nemmeno fare quello, scaricano due pack drumset, un album di mp3 sample, e pensano di fare gli artisti. Per chiudere: con tutto il rispetto per gli obiettivi che nella sua carriera musicale può avere Marcio, io, come hai capito, non mi vorrei fermare al rap. E’ un punto di partenza che voglio sempre portare con me, ma è uno di molteplici.

Penso che chi ha davvero a cuore la musica abbia ormai capito che non bastano più i baggy per essere considerato artista… la cosa triste è che appunto c’è sempre qualcuno che con i suoi comportamenti fa ricadere nei soliti luoghi comuni anche chi vorrebbe starne fuori… cavolo Ghemon, questo si che è uno sfogo! Sembra che ti sia tolto un peso enorme con quello che hai scritto! Ahah! Però come darti torto…

Grazie a te che mi hai dato l’opportunità di farlo… anche perché queste cose le ho dette in qualche pezzo tipo “Niente può fermarmi”, ma se ascoltate la seconda strofa dico anche che mi sono stufato di fare quel genere di canzoni…vappunto “rap che parla di rap”. Credo che nessuno si sia accorto di quello che dico nella seconda strofa perché tutti ricordano quella del video…

“L’hip hop non è una formula dove uno dice “Yo!” e l’altro fa il gesto delle corna”…

Ecco, hai capito  perfettamente…

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Ringraziamo infinitamente Ghemon per la disponibilità e la simpatia con cui ci ha concesso l’intervista.

Inoltre, Ghemon stesso incoraggia tutti, lettori e non, a visitare quotidianamente il sito della crew Blue-Nox (www.blue-nox.com), dove lui, Kiave, Mecna, Negrè, Macro Marco, Impro, Hyst e Rafè pubblicano ogni giorno interessanti post, con l’obiettivo di unire e scambiare opinioni con chi ama un certo tipo di musica. Insomma, un must da linkare nei preferiti e nei feed.

Alla prossima.

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~ di Thomas su 16 settembre 2009.

6 Risposte to “Ghemon: l’intervista”

  1. Mamma mia Ghemon, quanto te la meni… ‘Professorino’ non è sufficiente per descrivere la tua arroganza e la tua forzata ricerca di essere percepito come un piccolo intellettuale. La tua musica è noiosa e pretenziosa e tu sei decisamente sopravvalutato. Frate’, non sei Common… se ne accorgerebbe anche un sordo. Scusa lo sfogo di hating totale, ma quando leggo certe ca**ate, non si può fare altrimenti.

    • Tu pensi che Ghmenon sia un professorino arrognate, io invece penso che tu sia un perfetto ignorante! Ghmeon non ha mai detto di voler essere Common,anzi… e bisognerebbe smetterla con certe banalità!
      Poi la sua musica può piacerti come no, (e se non ti piace mi dispiace per te) , ma questo non ti da diritto di dire certe ca**ate!

  2. Piaciuta. :)

  3. [...] http://whitesocks.wordpress.com/2009/09/16/ghemon-intervista/ [...]

  4. Quante verità….in un intervista!
    Il rap è un genere che merita evoluzione….

  5. [...] CLICCATE QUI [...]

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